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ETOILES FILANTES Roma.

La mostra, organizzata dalla Comunità Ebraica di Roma in collaborazione con l'Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, è patrocinata dall'Ambasciata di Francia, dalla Métropole Nice Côte d'Azur, Union des Communautes Juives Côte d'Azur - Corse e Yad Vashem Nice Côte d'Azur.

Il progetto espositivo prosegue un lavoro iniziato nel 2017 con l’esposizione al Musée Masséna di Nizza.

La tappa romana prevede l'aggiunta di venti nuove opere ritraenti volti e figure di bambini deportati da Roma e dall’Italia nei campi di sterminio nazisti. L'artista, per la realizzazione di queste opere, si è documentato attraverso le immagini e le foto dell'epoca fornite dall’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma, dalla Fondazione Museo della Shoah e dal CDEC.

La mostra si presenta come una grande installazione in un ambiente semioscuro, in cui dallo spazio buio emergono i ritratti dei bambini.

Il percorso si snoda infatti tra piccoli e grandi ritratti, realizzati su tavola carbonizzata graffiandone la superficie, facendoli così emergere dall'oscurità del nero.

Questa mostra vuole essere una preghiera per tutti i bambini vittime della Shoah, restituendone il ricordo attraverso i loro ritratti.

Il progetto fa parte di MEMORIA genera FUTURO, programma di appuntamenti coordinato da Roma Capitale in occasione del Giorno della Memoria 2018.


ETOILES FILANTES


L’età contemporanea coincide con un momento storico tra i più ossessionati dall’obbligo del ricordare. La giornata della Memoria offre a tutti noi la possibilità di fermarci a riflettere sulla più tragica e cruenta pagina della storia dell’umanità.

Il ricordo, che è dell’ordine del sapere, si pone le domande perché, come e cosa è successo? Al pari della storia ricostruisce e descrive. La memoria, che è dell’ordine dell’esperienza, invece è sensoriale, autobiografica e storica usando il titolo di un celebre saggio di Maurice Bloch. L’opera d’arte è qualcosa che serve a mettere in movimento questi processi, a stimolare la nostra capacità di percezione, a tradurre in immagine concentrando il senso in un oggetto. Arte come veicolo di messaggi, come strumento di conoscenza, come espressione della storia.

Che cosa spinge un pittore a rivendicare la sua memoria e quella di un avvenimento? Gli artisti degli anni Trenta e Quaranta hanno fissato l’orrore in tempo reale, erano contemporaneamente testimoni e vittime della barbarie che si stava abbattendo sull’umanità e sono riusciti con il loro lavoro a lasciarci in eredità un momento di memoria autentica. Gli artisti delle generazioni successive, dopo un periodo di silenzio in cui hanno cercato di rispondere all’interrogativo se fosse ancora possibile fare arte dopo la shoah, si sono sforzati di ricostruire i fatti avviando un lungo processo di conoscenza che ha tracciato le basi di una memoria collettiva. Una memoria diversa ma al tempo stesso puntuale e per questo in grado di essere trasmessa alle generazioni future.

Mauro Maugliani rientra nel filone di questa tendenza artistica, vede la necessità assoluta di ritrovare e preservare la memoria della shoah strappando i volti all’oblio, integrandoli nella nostra memoria.  L’artista preleva le immagini dei bambini restituendoci figure nitide capaci di sollecitare interrogativi in merito alla loro sorte. Basandosi su un lavoro propriamente iconografico che parte dagli archivi fotografici, Maugliani celebra la vita ritrovata, senza per questo perdere la memoria del genocidio. Ricrea pedissequamente la realtà e al contempo è in grado di mantenere una distanza rispettosa di una verità insostenibile. I ritratti, tanto puntuali da sembrare fotografie, sono ridotti al bianco e nero. Non sono consentite distrazioni, così da sollecitare in chi guarda domande dirette, appuntite come lo strumento di cui si serve per incidere la tavola, facendo emergere il volto ed evocandone la sua storia. Così questi ritratti affiorano metaforicamente dalla materia, restituendo volto e voce ai bambini. Riemergono dall’oscurità del nero, graffiato e consunto dalle mani dell’artista, i loro sguardi, occhi che illuminano il mondo, le pieghe espressive delle loro bocche, sorrisi trattenuti, colmi di dignità. Nessun riferimento, nessun indizio che ci permetta di capirne la loro origine, la loro nazionalità. Sono bambini ebrei di Parigi, di Nizza, di Roma, di Varsavia, di Terezin. Sono soltanto dei bambini innocenti e noi abbiamo il dovere di ricordarli come tali. Di questi bambini l’artista ci fornisce il loro nome ma non ci suggerisce chi di loro sia tornato dai campi di sterminio. Tutti devono sopravvivere grazie al nostro ricordo e alla nostra memoria. “Stelle cadenti”, le chiama l’artista, tanto preziose quanto illuminanti, capaci di indicarci la via della resilienza, ovvero la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di ritrovare il senso di umanità perduta. Per questo Mauro Maugliani non ricorda i morti, ma i Vissuti. Accende le luci della memoria per non dimenticare il dolore e per costruire un futuro degno di essere vissuto dai bambini.


Giorgia Calò

Assessore alla Cultura

Comunità Ebraica di Roma

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